Lunedì 20/07/2026 - Lc 10, 8-12
- 19 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 26 lug

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai settantadue discepoli: «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
L’opera scelta per questo lunedì è dell’artista polacca Laura Makabresku, fotografa e illustratrice. Vi si vede una ferita il cui sangue, gocciolando, fa fiorire un’altra ferita. E’ una bella restituzione visiva di cosa vuol dire abitare la vulnerabilità: due individui rendono sostenibile (e bella) la propria fragilità perché la condividono.
“[La nostra società] ha dimenticato che la vita dipende da ciò che non si vede: pratiche quotidiane che sostengono i corpi, reti affettive che rendono abitabile l’esistenza, gesti minimi che impediscono alla vulnerabilità di collassare.” [AA.VV. Piano B: l’Italia che verrà - Donzelli Editore 2026]
Nel brano di oggi si racconta di questi possibili avvicinamenti che rendono sostenibile la fragilità. I missionari arrivano nella città portando pace e guarigione e testimoniando la propria vulnerabilità per farsi fratelli nella vulnerabilità degli altri. Infatti, entrano nella città totalmente inermi: dipendono dall’ospitalità locale e mangiano ciò che viene loro offerto.
Gesù non invia persone autosufficienti che portano qualcosa a destinatari passivi: le invia come ospiti bisognosi di accoglienza. Il missionario deve quindi ricevere prima di poter offrire. “Mangiare ciò che viene offerto” comporta inoltre l’accettazione della cultura e delle condizioni concrete dell’altro, evitando di imporre le proprie preferenze.
Essere inermi, presentarsi come fragili può aprire il cuore dell’altro. L’ospite, compiendo un gesto minimo, può generare vita (come nell’opera di Laura Makabresku).
E’ bello anche fare una minima riflessione sulla seconda parte del brano evangelico, dove si comprende che il rifiuto è una delle possibili opzioni. Osservando tale situazione (”non vi accoglieranno…”) si accende una luce su un non-detto all’interno della prima parte del racconto. Infatti, dobbiamo riconoscere che il brano non dice se, nell’esito positivo della storia, fosse nata una sintonia di “sentito” fra padrone di casa e ospiti. Anzi, certamente, una distanza fra i due, anche minima, è rimasta anche dopo che è stato offerto da mangiare e i malati sono stati curati. Può esserci senza evolvere nel rifiuto e nell’allontanamento. Ma ciò vuol dire che un percorso di confronto nell’accettazione dell’altro e verso la comunione con l’altro va avviato e alimentato. Nella fatica, nel rischio, ma anche nella bellezza che questo può comportare. Come spiega bene Sara Zambotti in questo articolo pubblicato su Avvenire. https://www.avvenire.it/rubriche/di-elefanti-e-topolini/se-il-dissenso-e-un-esercizio-di-tolleranza_110930?fbclid=IwcGRvZgNmZGlkFlCpHspUBukbGwgbVs2dXmsgceShoTlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEeeqQ5sc_8Xb5D_KDD4GErnSBay_RvlcTr41I7u_rHo_i_7Ds2Kpj6BvwTz-U_aem_N2qiqGF7ugNV4JodnTvtXQ
Dove il fascino di tutto quanto è già nel titolo.
In conclusione, il Bello che questo brano evangelico ci invita a scoprire non è solo nel senso del poetico percepito in quella ferita che fa fiorire un’altra ferita, in quella vulnerabilità accolta e condivisa. Il Bello è anche che da questo nasce un percorso di relazioni, di parole, inteso, profondamente umano, e per questo necessariamente da percorrere.
Ti prego, Gesù, fa’ che con la tua grazia io non mi stanchi mai di cercarti e di adorarti con tutto il cuore.
Insegnami a conoscerti e ad amarti per imparare da Te ad incontrare e prendermi cura degli altri e a vivere in pienezza la mia vita.
Fa’ che il mio cuore non si inorgoglisca, non cerchi cose più grandi delle mie forze.
Fa’ che si apra al mondo con il Tuo sguardo di compassione e di misericordia e che nel mio cuore trovino eco le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, dei poveri soprattutto e che sappia anche partecipare con ciò che sono a portare un po’ di Cielo in terra.
Affido a te, Maria, tutti noi affinché ci accompagni, ciascuno con la propria vocazione, in un cammino che non abbia paura di fidarsi ed affidarsi a Gesù, ma che tenda verso l’alto e che profumi di santità, per la gioia del mondo intero. Maria, Madre della Chiesa, prega per noi. Santi e Beati dell’Azione Cattolica, pregate per noi.



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