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Lunedì 13/09/2026 - Gv 3, 13-17

13 set
Tempo di lettura: 4 min
In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Ilya Repin (1844-1930) è uno sconosciuto dalle nostre parti, eppure in Russia è considerato il miglior pittore che quella nazione abbia espresso. Era specializzato in ritratti. L’opera qui raffigurata è considerata uno dei suoi capolavori. Si intitola “I battellieri del Volga”. Anche questo è un ritratto; o meglio: un insieme di ritratti. Repin ha conosciuto, frequentato (e amato) una per una le persone lì raffigurate.

Il battelliere (Burlaks in russo) era un lavoro che in Russia impiegava mezzo milione di persone nella seconda metà dell’ottocento. Persone che vivevano al limite delle sopravvivenza e che cercavano di dare un po’ di dignità alle loro vite guadagnando qualche rublo nel trascinare controcorrente le chiatte e le navi lungo il Volga. Spesso uomini o donne finiti in rovina che tiravano a campare svolgendo questo lavoro faticoso.

Repin, nel 1870, si trovò a soggiornare sul Volga per un certo periodo di tempo. Si appassionò all’umana difficoltà di vivere dei Burlaks e iniziò a ritrarli in alcuni schizzi. Strinse amicizia con loro. Ne nacque l’opera illustrata, dove tutti insieme sono raffigurati.

Seppur vincolati dalle cinghie necessarie per trascinare il battello, esprimono con libertà il loro orientamento verso quel particolare momento di vita che stanno incontrando. C’è dignità e disperazione. E’ il modo che Repin ha scelto per illustrare la loro profonda umanità. C’è il giovane biondo al centro del gruppo che, a differenza degli altri compagni, ardisce ad alzare lo sguardo verso il sole. Ma c’è anche quello al termine della fila, talmente ricurvo, sfiancato dalla fatica, al punto che non si percepiscono neanche i lineamenti del volto. Poi c’è il primo della fila, quello con la bandana, di cui, grazie a Repin, si conosce nome (Kanin) e storia (un ex prete finito in miseria). Così scrive Repin: “C'era qualcosa di orientale in lui, il volto di uno Sciita... e che occhi! Che profondità di sguardo!... E la sua fronte, così ampia e saggia... Mi sembrava un mistero colossale, e per questo lo amavo. Kanin, con uno straccio intorno alla testa, la testa rasata e poi consumata, appariva nondimeno come un uomo dignitoso; era come un santo.”

Repin avrebbe potuto realizzare un’opera attraverso la quale presentare all’osservatore le sofferenze del mondo, e invece ha scelto di affascinare con la dignità che nasce dalla scelta libera di chi sa guardare alla fatica e alla sofferenza con sguardo alto.

Nostro Signore ha proprio guardato così alla Croce, istruendoci tutti a una libertà che non conosce confini. Oggi è la festa dell’Esaltazione della Croce. Non l’esaltazione della sofferenza ma la celebrazione di ciò che ci rende veramente liberi.

Repin ha reso, forse inconsciamente, questo concetto nella sua opera. Nostro Signore l’ha contestualizzato nella sua vita, rendendolo presente a tutti noi.

“La Croce non serve a condannare il mondo. Dio non ci ha amati tanto da indurci ad amarlo per contropartita. Egli ci ha amato e basta, senza domandare nulla in contraccambio. Vivere una vita diversa a partire da questo Amore è solo frutto di una nostra libera decisione. Ma nessuno è libero se innanzitutto qualcuno non lo ama. Solo l’amore rende le persone libere. Per questo Dio ci ha amato per primo, e ci ha messo nelle condizioni di essere radicalmente liberi. Far arrivare l’Amore di Cristo Crocifisso nella nostra vita significa sperimentare che al di là di quello che abbiamo vissuto o che viviamo, noi rimaniamo radicalmente liberi. Gesù è morto per questo. È morto perché la parte più decisiva di noi potesse esercitare fino in fondo una libertà radicale. Da quel momento in poi nessuna ferita, nessuna malattia, nessuna ingiustizia, nessun male potranno mai sostituirsi alla nostra libertà. Tutte queste cose possono solo condizionarci, intralciare, rallentare, ma mai cancellare la nostra libertà di fondo.” (Luigi Maria Epicoco)

Il doppio volto dell’amore è sia quello che ci permette di avere sguardo alto sulla vita, anche quando segnata dalla fatica, sia quello che ci permette con libertà di denunciare l’ingiustizia.

Repin usa l’arma dell’ironia. C’è un dettaglio nel quadro che si manifesta come una denuncia. In fondo a destra nel quadro si intravede il pennacchio nero del camino di un battello a vapore. Il lavoro dei burlaks l’avrebbe potuto sostituire una macchina - certo - la tecnologia dell’epoca lo consentiva. Niente fatica, quindi, per quei poveri uomini, ma forse qualcosa di più degno. Non cedere, ci dice Repin, dove c’è un’ingiustizia che colpisce la dignità degli uomini, una soluzione seppur lontana esiste.


Si parla di vite donate e si parla di amore, di dignità, di santità, di libertà, di quel mistero cristiano che fa sì che in ogni vita e in ogni tempo, dai battellieri del Volga del 1870 ai testimoni della fede del XXI secolo, l’amore di Dio si fa presente. Sorprendente ed esorbitante. Anche solo intuirlo ci permette di avere uno sguardo diverso - libero e liberante - su noi stessi e su tutti.


Ti prego, Gesù, fa’ che con la tua grazia io non mi stanchi mai di cercarti e di adorarti con tutto il cuore.

Insegnami a conoscerti e ad amarti per imparare da Te ad incontrare e prendermi cura degli altri e a vivere in pienezza la mia vita.

Fa’ che il mio cuore non si inorgoglisca, non cerchi cose più grandi delle mie forze.

Fa’ che si apra al mondo con il Tuo sguardo di compassione e di misericordia e che nel mio cuore trovino eco le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, dei poveri soprattutto e che sappia anche partecipare con ciò che sono a portare un po’ di Cielo in terra.

Affido a te, Maria, tutti noi affinché ci accompagni, ciascuno con la propria vocazione, in un cammino che non abbia paura di fidarsi ed affidarsi a Gesù, ma che tenda verso l’alto e che profumi di santità, per la gioia del mondo intero. Maria, Madre della Chiesa, prega per noi. Santi e Beati dell’Azione Cattolica, pregate per noi.





 
 
 

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