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Lunedì 13/07/2026 - Lc 9, 37-45

  • 12 lug
  • Tempo di lettura: 5 min
In quel tempo. Quando furono discesi dal monte, una grande folla venne incontro al Signore Gesù. A un tratto, dalla folla un uomo si mise a gridare: «Maestro, ti prego, volgi lo sguardo a mio figlio, perché è l’unico che ho! Ecco, uno spirito lo afferra e improvvisamente si mette a gridare, lo scuote, provocandogli bava alla bocca, se ne allontana a stento e lo lascia sfinito. Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Conduci qui tuo figlio». Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò a terra scuotendolo con convulsioni. Gesù minacciò lo spirito impuro, guarì il fanciullo e lo consegnò a suo padre. E tutti restavano stupiti di fronte alla grandezza di Dio. Mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

L’opera illustrata è una delle tante “Teste d’uomo” commissionate pochi anni fa all’artista australiano (scultore) John Morris. La sua opera esplora il confine fra l’organico e il meccanico. L’aspetto interessante del suo lavoro è che unisce la calda plasticità del legno intagliato a elementi freddi e tecnologici come metallo, valvole termoioniche e indicatori analogici. L’occhio dell’osservatore viene sfidato a porsi di fronte a due cose fra di loro incompatibili: le venature colorate del legno e altri materiali industriali lucidi e rigidi. C’è vita - il legno - e non vita - il metallo e gli elementi tecnologici.

Ma l’essere umano non è solo riconducibile a una tensione fra vita e non-vita, fra sentimenti e fredda produttività. E’ qualcosa di più elaborato e affascinante. Come scrive Papa Leone in Magnifica Humanitas (nn. 118-119): “Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come limite – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la contingenza delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio. È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio. Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore.”

Il brano di oggi sembra proprio metterci davanti ad una speciale predilezione del Signore per questa dimensione dell’Umano. Il brano comincia con “quando furono discesi dal monte”. Di che monte si parla? Del Tabor, il monte della Trasfigurazione. Gesù se ne sarebbe potuto stare tranquillo su quel monte, in compagnia di Mosé ed Elia. Un po’ come le divinità della mitologia greca: lassù, inaccessibili sul Monte Olimpo, sempre coperto di nubi. Oppure analogamente a come visivamente gli Aztechi raffiguravano l’accesso al divino: un’altissima piramide con gradoni enormemente faticosi da percorrere per un essere umano. E invece Lui scende, forse con un’insopprimibile urgenza, per impastarsi con l’affascinante dimensione dell’umano e il suo limite. E scende - come si capirà più avanti - per rimanerci.

Scende per scoprire che l’uomo, di fronte alla manifestazione violenta del dolore, quella per la quale si rimane inermi, ha la delicatezza di chiedere “volgi il tuo sguardo, Signore”. No, non “guarisci, Signore”, ma volgi lo sguardo, perché il tuo sguardo riesce a dare significato a quel dolore spaventosamente ingestibile. Sta qui il fascino dell’Umano, laddove non applica al caso un automatico meccanicismo - c’è il problema, trova la soluzione - ma sa cogliere inattesi semi di speranza. E Gesù ne rimane ammirato.

Scende per scoprire che l’uomo è capace di sconfiggere il male. “Fino a quando sarò con voi?” domanda il Maestro. In realtà, per sempre (cfr. Mt 28, 20). In altra forma, passando attraverso la Croce, ma per sempre. L’uomo sconfiggerà le manifestazioni del male magari non subito, come racconta il brano. Il fallimento dei discepoli brucia, eccome. Ma Gesù è sceso proprio per godere del fatto che, al di là di ogni pianificazione, il successo poi ci sarà. E per sperimentare tale godimento deve esserci per sempre. Come dice l’estratto di Magnifica Humanitas: “proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore.” Santi e beati, prima tremendi peccatori, ci hanno testimoniato nei secoli che il male si può sconfiggere, che attraverso la limitatezza umana la soluzione esiste. E Gesù ne rimane ammirato.

Quando pensiamo alla presenza del Signore con noi, non pensiamo solo al fatto che sta facendo una parte del cammino comune, ma che è una presenza silenziosa che attende di ammirare la meraviglia nascosta nel nostro limite.



Ti prego, Gesù, fa’ che con la tua grazia io non mi stanchi mai di cercarti e di adorarti con tutto il cuore.

Insegnami a conoscerti e ad amarti per imparare da Te ad incontrare e prendermi cura degli altri e a vivere in pienezza la mia vita.

Fa’ che il mio cuore non si inorgoglisca, non cerchi cose più grandi delle mie forze.

Fa’ che si apra al mondo con il Tuo sguardo di compassione e di misericordia e che nel mio cuore trovino eco le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di tutti, dei poveri soprattutto e che sappia anche partecipare con ciò che sono a portare un po’ di Cielo in terra.

Affido a te, Maria, tutti noi affinché ci accompagni, ciascuno con la propria vocazione, in un cammino che non abbia paura di fidarsi ed affidarsi a Gesù, ma che tenda verso l’alto e che profumi di santità, per la gioia del mondo intero. Maria, Madre della Chiesa, prega per noi. Santi e Beati dell’Azione Cattolica, pregate per noi.

 
 
 

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